Hérmes

Dal 2023, Cristiano Leone ha avviato un’importante collaborazione sia con Hermès International che con Hermès Italia. Per il primo, a settembre 2023 ha curato la mostra Le Regard, nel Musée Émile Hermès.

Per il secondo, ha curato il concept L’Ora Arancio, con una serie di interventi artistici proteiformi (una serie di « riti quotidiani », performance musicali e di Urban Dance, nonché una mostra dell’artista Tommaso Spazzini Villa).

Le Regard

Curato da Cristiano Leone

L’essenza dello sguardo oscilla tra impressione, percezione e immagine. Si rivela e si trasforma in funzione della luce di cui dipende. A turno, lo sguardo osserva, incanta e inganna. Ed è a sua volta osservato, sedotto e ingannato.

Lo sguardo è il ponte tra la tradizione e l’innovazione. Il Musée Émile Hermès, custode fantasioso del patrimonio materiale e immateriale della Maison, si rivela attraverso un percorso interattivo di luci e contrasti, dove passato e presente si intrecciano.

La prima sala ci fa risalire il tempo di notte: ci troviamo nella rue de la Paix. In primo piano, una carrozza sfilata per strada. Dietro di essa, una folla di passanti eleganti: alcuni osservano le vetrine, altri salutano con un cenno del capo. La rue de la Paix, nota già nel XIX secolo come il “bazar del comfort più splendido e delicato” (Roland Dorgelès), è ora silenziosa.

Questa strada è allo stesso tempo una stazione, un punto di partenza o di arrivo, il luogo dove gli esseri umani si incrociano. Si conoscono forse? In quale direzione vanno? Stanno per iniziare una serata o stanno tornando a casa? La festa sta iniziando o regna la malinconia del ritorno?

L’atmosfera ambrata, le lanterne, il quadro della collezione che si illumina, hanno tuttavia un potere evocativo che ci porta in un labirinto di ispirazioni letterarie. Ci sembra di sentire delle voci: “La strada assordante intorno a me urlava”, come scriveva Baudelaire, trasportandoci “Altrove, lontano da qui!”.

Una delle capacità dello sguardo è infatti di attivare percorsi inconsci tra i sensi, i ricordi, le immagini, i suoni, le sensazioni tattili che abbiamo non solo visto, ma anche sentito o sfiorato. Attraverso lo sguardo, i tempi si suggeriscono, si mescolano e ci invitano a esplorare la nostra vita interiore, in un impulso che immerge il passato nella modernità e classicizza il presente.

La scenografia valorizza precisamente questo meccanismo magico per cui il contemporaneo valorizza il passato, che a sua volta ispira il presente (etimologicamente, nel senso di ‘soffiare dentro’, ‘insufflare’).

I visitatori sono sul punto di iniziare il loro viaggio nello sguardo. Gli oggetti da viaggio si offrono quindi a loro. Esempi raffinati di oreficeria e di arte vetraria, sono contemporaneamente un magnifico contenitore e una miriade di oggetti utili ed estetizzanti. Uno di essi contiene un “bagno d’occhio”. Ciascuno è quindi invitato a liberare la sua visione, a purificare il suo sguardo dalle distrazioni, dal flusso di stimoli visivi della nostra vita quotidiana. Il nostro punto di partenza e di arrivo è l’occhio, poiché “L’occhio… Tutto l’universo è in lui, poiché vede, poiché riflette” (Guy de Maupassant).

Le pagine del tempo cominciano a mescolarsi, come suggeriscono le opere in vetro contemporaneo di Philippe Dumas. Il vetro illumina non solo il percorso del corridoio, ma anche alcuni quadri della collezione.

La luce rivela e inganna. È attraverso la luce che le nostre caratteristiche fisiche e quelle di tutto ciò che ci circonda sono rivelate alla nostra percezione. Ma la luce è anche un materiale di inganno. La storia dell’arte ci mostra che tutte le forme di linguaggio artistico sono continuamente confrontate con l’uso della luce: come imitarla, catturarla, addomesticarla, sfruttarla e, attraverso di essa, manipolare la realtà.

Il contrasto apparente tra la luce che svela all’occhio una certa verità e quella che inganna, si manifesta pienamente nel concetto stesso di teatro. La parola “teatro”, simultaneamente luogo di rappresentazione e genere legato alla fiction letteraria, deriva dal greco theáomai, che significa ‘guardare’, ‘aprirmi alla vista’.

È in questa logica che sono esposti teatri ottici, dispositivi illusionisti che intessono un legame tra il teatro, la pittura, la fotografia e il cinema. Alcune scatole ottiche mostrano con ironia le glorie dell’opera e le dispute delle cameriere che cacciano i gatti nelle cucine. Una scatola rappresenta un ponte sotto il Tamigi: si vedono le sagome di passanti e carrozze. La bidimensionalità sembra animarsi e queste sagome muoversi, sebbene molto lentamente. Chi l’ha realizzata all’epoca avrebbe mai immaginato che il cinema avrebbe fatto sfrecciare delle auto nei tunnel, o addirittura che un vero tunnel sarebbe stato scavato sotto la Manica?

Un carosello in movimento ci mostra un cavallo mentre salta un ostacolo e ci conduce in uno spazio diverso, dove il visitatore è ulteriormente immerso nell’illusione. Una lanterna magica, antenata del cinematografo e quindi del cinema, oggetto la cui origine risale per alcuni a un sapiente arabo dell’XI secolo, o per altri all’antichità greca, manifesta il suo potere taumaturgico: quello di realizzare prodigi, di esteriorizzare illusioni. Gli animali che proietta sul muro ci trasportano nell’universo delle favole e delle fiabe, come quelle di La Fontaine o di un fumetto contemporaneo.

Si susseguono ora anamorfosi. Tratti incomprensibili trovano la loro forma compiuta non appena sono osservati, attraverso una superficie riflettente cilindrica, da una prospettiva precisa. Ogni forma contiene quindi molteplici forme. Variano a seconda del punto di osservazione da cui lo sguardo si posa. L’intero mondo esterno è d’altronde più complesso di quanto si creda, poiché si moltiplica incessantemente attraverso tutte le visioni che ne hanno coloro che lo osservano. Lo sguardo è quindi un viaggio che collega il micro- al macrocosmo. A seconda della lente attraverso la quale si guarda il mondo, il grande può estendersi ulteriormente e il piccolo rivelare dimensioni altrettanto vaste e inaspettate: una miniatura a trasformazioni è lì per ricordarcelo.
Il percorso conduce poi alla scoperta di un oggetto altrettanto intrigante quanto misterioso: una lorgnette di gelosia. Chi guardava attraverso di essa dava l’impressione di guardare davanti a sé. Ma attraverso un gioco di lenti, l’osservatore poteva guardare, senza che gli altri se ne accorgessero, in tutt’altra direzione. Il visitatore partecipa così a un’esperienza ottica che gli permette sia di osservare la lorgnette nella sua interezza sia di ammirarne anche gli elementi costitutivi. E se è vero che il profumo accresce la gelosia, questa lorgnette ne contiene un flacone!

Il visitatore arriva infine nella sala che costituiva l’inizio del percorso: la luminosità è però cambiata. Non è più notte. Ciò che il nostro sguardo osserva cambia infatti con il tempo, e modifica con esso la nostra percezione dello spazio, degli oggetti che lo compongono e, a volte, di noi stessi.

Arriviamo infine alla stanza più emblematica del Museo: l’ufficio di Émile Hermès. Entrando in questa stanza, notiamo subito la luce dorata degli oggetti esposti nelle vetrine, gli stucchi – che non possiamo fare a meno di immaginare brillare sotto la fioca luce di una candela – così come le superfici riflettenti delle stesse vetrine. Si ha l’impressione che le parole di Tanizaki facciano capolino: “Così come sottili fili d’acqua scorrono sulle stuoie per raccogliersi in pozze stagnanti, i raggi di luce vengono catturati, l’uno qui l’altro là, poi si diffondono tenui, incerti e scintillanti, tessendo sulla trama della notte come un damasco fatto di questi disegni a polvere d’oro”.

E è per rendere la sensazione di stupore che questi oggetti assumono la forma di un soffio luminoso, di un bagliore fugace che illumina a sua volta gli altri oggetti e i visitatori che li osservano. Di fronte a loro, la scenografia contemporanea isola alcune opere della collezione tutte legate alla bellezza femminile, alla sua idealità trascendente goethiana, non senza una nota di ironia che ne accentua la complessità. Gli staffili d’amazzone rimandano tanto a dame a cavallo quanto a donne guerriere. La coquette canna d’ombrello eclissa, tra i sontuosi piumaggi, la figura ambigua di uno sphinx, mostro femminile sia leone sia uccello; la lorgnette, il “face à main” e gli occhiali, così come la fotografia della luna e lo specchio incredibile evocano la dualità dello sguardo, la sua natura sincera e il suo lato falso o onirico.

L’aura di Sarah Bernhardt chiude l’esposizione, come un cenno alla letteratura, al teatro e al cinema, che hanno sottilmente accompagnato il visitatore. La Divina è così divina che si presenta immensa ai nostri occhi, sia pur solo attraverso il collare del suo cane.

La voce che ci accompagna è quella di un’artista poeta, Hanne Lippard, che ci offre – a sua volta – il suo sguardo sullo Sguardo.


 

L’Ora Arancio

Dalla nota curatoriale di Cristiano Leone della Mostra di Tommaso Spazzini Villa:

Quando l’essere umano è irrorato dalla luce, si manifesta e appare agli occhi di chi lo osserva in tutti i suoi tratti distintivi. La luce è quindi l’origine dell’essere, ma soprattutto dell’esistere tra gli altri: è il motore che innesca il processo relazionale. Lo stesso accade con le opere di Tommaso Spazzini Villa, che attraverso una luce artificiale, illuminando le foglie, fa emergere profili umanissimi.

Con la loro potente delicatezza, le opere ci suggeriscono che il nostro sguardo non è solo capace di rivelare ciò che è, ma può invece creare nuove forme, e nuove trepidanti sensazioni. “Sono un mondo, vedi, questi contorni accartocciati di una foglia” – sembra dirci Tommaso. Luce, sguardo, umanità e bellezza.

E così, l’iconica linea du Regard della Maison Hermès ci invita a riscoprire il mondo da nuove prospettive, in un reciproco guardarsi, nel desiderio di scorgere nelle cose l’essenza più fugace, l’effimero che diventa un segno della permanenza, e un’emozione indimenticabile. Del resto Tout vrai regard est un désir, come scriveva de Musset.

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